Radio Industria 4 – Architettura, dialettica dell’illuminismo, Biennale del bene comune, partecipazione e democrazia

Radio Industria, la Radio di Industriarchitettura. In questa puntata parliamo di: libertà, dialettica dell’illuminismo, Biennale Architettura di Venezia 2016, architettura del bene comune, architettura della partecipazione e democrazia.

A cura di Marco Maria Sambo e Fabio Briguglio

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  • Nella “Dialettica dell’illuminismo”, Max Horkheimer e Theodor Adorno sostengono sostanzialmente tre tesi principali: la prima è che «la libertà nella società è inseparabile dal pensiero illuministico»; la seconda è che l’illuminismo ha la naturale tendenza a rovesciarsi nel suo opposto, nel fascismo e nell’asservimento delle masse attraverso la furbizia e le lusinghe dell’industria culturale, la terza è che l’illuminismo deve accorgersi, pena la sua morte, dei momenti regressivi in atto al suo interno, altrimenti «se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna».
  • Rileggendo alcuni passi di questo libro straordinario possiamo riflettere sul fatto che un concetto analogo può essere applicato (in astratto) alla scrittura d’architettura degli ultimi 30-40 anni, sia per quanto riguarda chi l’architettura la pratica sul serio, e quindi la scrive costruendola, sia per quanto riguarda chi l’architettura la descrive, facendo critica, storia o giornalismo.
  • Se ci pensate bene negli ultimi trenta – quarant’anni abbiamo passato, nel mondo dell’architettura, già le prime due fasi illuministiche di Adorno-Horkheimer.  La prima fase, relativa alla battaglia contro l’accademia, la battaglia zeviana contro il rigore della forma, per la libertà espressiva dell’architettura… La battaglia della critica operativa, un lotta assai dura che –una volta dichiarata la vittoria– ha portato l’architettura sulle prime pagine dei giornali, sui settimanali, in televisione (e prima, ricordiamolo, non era così. L’architettura 20 anni fa non stava sui settimanali come adesso. Era confinata alle riviste di settore. Ed era confinata all’accademia 30 o 40 anni fa). Una guerra culturale che ha contribuito alla nascita di nuovi linguaggi, guerra vinta anche grazie all’architettura digitale, ai progressi scientifico-tecnologici che hanno permesso alla forma di liberarsi dalle gabbie del passato. Insomma, per farla breve, tra Tafuri e Zevi ha vinto Zevi, 10 a 0…. O forse 10 a 3, 10 a 4….. Ma ha vinto Bruno Zevi….
  • La seconda fase è invece rappresentata dalla veloce trasformazione dei successi ottenuti e dall’omologazione del mercato globale. Per cui, pian piano, le forme hanno cominciato a diventare sempre più complesse, si sono moltiplicati i tortelloni galattici fuori scala e iper-costosi. Si sono moltiplicati i vezzi e le lusinghe delle industrie culturali; si è moltiplicato il fascismo del mercato globale. Abbiamo assistito alla trasformazione di questa libertà formale in “ iconografia “ formale, spesso al servizio della globalizzazione come è avvenuto a Dubai e come avviene ogni giorno in molti Paesi arabi e nel mondo (nei quali l’architettura viene talvolta finanziata, tragicamente, con il denaro proveniente dai Paesi che a loro volta finanziano l’Isis. Ma questo è il tema per un’altra puntata). E allo stesso tempo, con la moltiplicazione dell’architettura iconica, abbiamo assistito al proliferare di centinaia di micro-teorie opportunistiche –spesso del tutto inutili e prive di valore storico, legate solamente ad un opportunismo mediatico– in base alle quali i critici modaioli hanno cercato semplicemente di portare acqua al proprio mulino, giustificando per lo più i riccioli delle sculture architettoniche o le piccolezze del proprio universo critico, concentrando l’attenzione solamente sulla parte ricca del mondo, dove c’era il denaro (per pochi) e la possibilità di costruire o descrivere la foto patinata di un edificio costosissimo.
  • Questo atteggiamento sta cambiando solamente adesso, con la Biennale Architettura di Aravena che, in modo positivo, tra alti e bassi, ha se non altro spostato l’attenzione dei critici modaioli dall’architettura patinata iper-costosa all’architettura per il bene comune. Ha riportato il dibattito sul fronte dell’architettura sociale, finalmente. E la critica del dollaro facile si è messa improvvisamente la giacca rivoluzionaria del sub-comandante Aravena… Guarda un po’ il caso…
  • Quindi la terza fase, la più delicata, è quella che stiamo vivendo oggi e che abbiamo ancora la possibilità di scrivere, accogliendo in noi la coscienza che gli ultimi anni d’architettura, dopo le battaglie vinte, hanno portato anche momenti di grande regressione. E –seguendo Adorno-Horkheimer– «se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna». Aravena l’ha capito e ha spostato il punto di vista, radicalmente. Bisogna dargliene atto. Quindi possiamo dire che quella di Aravena, nel bene o nel male, rappresenta la Biennale per un nuovo inizio, una Biennale illuminista che viene dopo anni di regressione nella quale hanno sguazzato gli incalliti modaioli. Una Biennale che ha capito questo momento di regressione iper-fashion verso cui il dibattito d’architettura si stava muovendo. Una Biennale che impone in ogni caso al mondo dell’architettura di ritornare alla prima tesi di Adorno-Horkeimer: «la libertà nella società è inseparabile dal pensiero illuministico». E –aggiungiamo noi– non ci può essere illuminismo, libertà e democrazia se non c’è la ricerca del bene comune (…)

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