© Alessandro Melis - Windbuilding 2011

Nella terza città – Un racconto di Alessandro Melis

Vittoria descrisse una evoluzione umana verso una condizione esistenziale che vorrei definire sublime.

Nella terza città la proliferazione di materiale biologico, grazie ai progressi dell’ingegneria genetica, ha paradossalmente favorito l’aumento delle relazioni sensoriali.  I sensi che da noi viaggiano attraverso canali esogeni come tatto, udito, vista, nel mondo alternativo si muovono invece attraverso canali endogeni.

Un complesso sistema di interazioni sostituiva la separazione e complementarità (antagonismo?) tra uomo e ambiente, cosi minando le nostre nozioni di soggetto e oggetto. Un continuum di connessioni e reazioni chimiche a livello cellulare garantiva l’energia necessaria per mantenere la funzionalità del cervello, questo esteso alle azioni, alla crescita controllata degli arti, e alla generazione del calore basale.

La città e l’umano coincidevano formando un organismo pensante i cui tessuti biologici erano capaci di distaccarsi individualmente e muoversi liberamente, prima di riconnettersi volontariamente.

Vie neuronali tra esseri umani e ambiente costituivano una coscienza di rete. Il paradigma della nutrizione era stato sostituito da un sistema attraversato da una linfa universale capace di alimentare, da sola, l’intero super-corpo della città.

L’alter-umanità descritta superava lo stato materiale per raggiungere una condizione anti-entropica e metafisica di pura essenza in cui “homo” si ricongiungeva con “humus” attraverso un livello superiore di coscienza. Cosa restava allora della condizione umana? Qualcosa? Niente? E quella sintetica era la negazione della vita o la sua augmentazione? (Dall’inglese “augmented”, n.d.r.)

Eravamo scioccati. Paolo, che aveva insegnato filosofia per due decenni, era incantato: «È difficile dire se “la città pensante”, o se la sua interfaccia con la coscienza umana, possano effettivamente essere riconosciute come un progresso nel senso di un avanzamento dello stato esistenziale dell’uomo. Certamente mettono a dura prova la nostra concezione del mondo. Questa città rappresenta, infatti, una svolta filosofica: qual è l’origine e il principio delle cose? Qual è il loro elemento primario, o la loro  sostanza? Come possiamo spiegare il paradigma della molteplicità che esiste in natura? Qual è il rapporto tra esso e l’unità, o tra l’essere e il divenire? In modo semplice, dai Presocratici in poi, ci siamo chiesti quale fosse il senso dell’esistenza, e di tutte le cose che definiscono lo spazio. In che modo si può definire l’esistenza in un mondo in cui essa è rappresentata da bisogni immateriali?».

In risposta al nostro stupore, Vittoria decise di condividere alcune immagini di quello scenario proiettate attraverso uno strano oggetto parabolico che era riuscita a portare con sé.

Noi tutti notammo l’assenza di costruzione apparentemente artificiale in quel “paesaggio”.

Eric, l’architetto, disse: «So che non ha senso chiederselo: quale architettura può soddisfare le esigenze più profonde e metafisiche senza avere alcun significato materiale? La parola architettura ha ancora ragione di esistere in questo contesto?».

Anche se Vittoria ne parlava in modo positivo, o quantomeno neutrale, la nostra percezione era invece quella di uno scenario distopico. La forza di quelle immagini, insieme con le nostre sottolineature delle debolezze di quella città, mettevano in luce i limiti degli strumenti percettivi a nostra disposizione come esseri umani, una fragilità che Vittoria sembrava voler deliberatamente evidenziare.

Manuel, lo psichiatra, intervenne: «In una prospettiva psicoanalitica moderna, le qualità percettive, tra cui l’oscurità, i colori dominati dai toni rossi, e l’indistinguibilità tra l’uomo e l’ipertrofica espansione dei tessuti biologici, ci inducono ad attribuire valori negativi. Si tratta tuttavia di una società alter-umana, in cui la proliferazione cellulare conduce ad una espansione dei nostri sensi. In un’ipotetica scala dei bisogni, espressa utilizzando le categorie classiche di Abraham Maslow, una forma di auto-realizzazione corrisponderebbe inevitabilmente alla capacità di superare la condizione umana e, in particolare, le questioni relative alle fobie ancestrali, attraverso cui le suddette qualità percettive vengono da noi interpretate, per raggiungere uno stato di imponderabile estasi. La realtà alternativa che Vittoria ci ha mostrato alla fine può essere toccata, percepita solo attraverso la sua trasposizione umana fatta di derma polimorfici».

Dopo aver ascoltato Manuel, tutti convennero che ciò che Vittoria aveva mostrato non era necessariamente una rappresentazione realistica ed oggettiva della città alter-umana. Rappresentava invece i suoi parossistici frammenti, attraverso la lente della crisi delle convenzioni attuali.

Eric, da sempre interessato nell’uso di algoritmi nella rappresentazione architettonica,  sembrò capire più degli altri il senso delle parole di Manuel: «Se posso usare una metafora, come la rappresentazione tridimensionale di un’equazione matematica che esplora i limiti dello spazio cartesiano, le immagini che Vittoria ha mostrato convincono dell’assurdità del nostro bisogno di un paesaggio architettonico esteticamente rassicurante».

di Alessandro Melis

[© Alessandro Melis – Vietato riprodurre, anche parzialmente, il materiale pubblicato su Industriarchitettura]

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