Pokemon Go

Pokemon Go – di Ivan Paduano

Premessa

Per quanto si possano spulciare gli annali della storia delle opere multimediali interattive, termine con cui si generalizza il concetto meno largo ma più incisivo di “videogame”, un impatto così prepotente sui media, sulla società e perfino sul linguaggio pari a quello di Pokémon Go non è assolutamente né riscontrabile né paragonabile a qualsiasi altro lancio. Nonostante personaggi, situazioni e terminologia legate all’ambito più divertente dell’informatica siano stati da tempo sdoganati, quando si sente il Presidente della Repubblica italiana nominare il fenomeno vuol dire che davvero siamo al punto di svolta.

Un successo ampiamente previsto ma iniziato in silenzio

Come la maggior parte dei fenomeni d’impatto, Pokémon Go non nasce come un fiore nel deserto ma come trasferimento tecnologico di uno dei più importanti format di comunicazione e gioco degli ultimi vent’anni. Non tutti sanno che il fenomeno nasce con un videogioco e non con il cartone animato nel quale risiede il germe, poco individuabile, dell’enorme successo che ha avuto il prodotto. Per chi non conoscesse il format, il gioco prevede la cattura di alcuni mostri tascabili (pocket monster appunto) che poi vengono fatti scontrare tra loro e dove nessuno, dato fondamentale, è universalmente più forte di altri.

In un paese come il Giappone dove il problema degli hikikomori, i reclusi in casa, è una vera e propria piaga sociale, una delle cause è stata spesso individuata nei videogame e nella loro innata predisposizione a creare vite parallele virtuali. La produzione Nintendo si mise subito a lavorare: “Pokemon rosso” e “Pokemon blu” giravano infatti sulla consolle portatile Gameboy ma la particolarità risiedeva nel fatto che per completare il proprio pokedex bisognasse necessariamente collegare il proprio dispositivo a quello di un altro utente, caratteristica poi consolidata in tutte le versioni successive ed incoraggiata dai vari interventi social fatti sul format.

Perché Pokémon e non altri

Pokèmon Go non arriva sicuramente per primo a sfruttare i dispositivi mobile, molti tentativi anche discretamente fruttuosi lo hanno preceduto ed in particolare Ingress sviluppato dagli statunitensi Niantic che non a caso sono anche “la tecnologia” del nostro oggetto di studio. Il titolo è addirittura del 2012 ed è congegnato davvero bene ma manca quella componente principale per il successo di un’applicazione con target casual, ovvero non è brandizzato.

La brandizzazione del marchio Pokèmon è talmente forte da trasformare in oro praticamente tutto ciò che tocca. La stessa grafica legata al prodotto è oggi un vero e proprio stile che ha sconfinato in tutte le aree della comunicazione, non c’è creaturina, mascotte o logo che non strizzi l’occhio a Pikachu o ai suoi compagni. Tinte piatte, superfici lisce e un grande studio sulla linea di contorno, un naif moderno subito riconoscibile, personalizzabile, tecnicamente semplice.

Muoversi, condividere o morte

“Il mondo non sarà più lo stesso!” Difficile dirlo, sicuramente non lo sarà quello delle app, una ricca insalata di mare su cui è precipitato un branzino da tre chilogrammi. È innegabile. Pokémon Go ha messo insieme il meglio del meglio delle features a disposizione per stanare da casa i giocatori e convincerli a collaborare. La prima idea “perfetta” è sicuramente quella della dislocazione dei pokestop: sono posti in cui recuperare risorse necessarie per la cattura e la cura dei simpatici mostriciattoli; risorse tra l’altro non cumulabili, per cui i giocatori sono forzati a doverli visitare di tanto in tanto; e c’è anche un trofeo collezionabile, ottenibile soltanto visitandone diversi.

Tutto questo garantisce l’impossibilità di stare sul proprio divano e avanzare dei necessari livelli che rendono l’utente più forte. Ma non basta, la vera novità nascosta è il sistema delle uova: questi gadget nascondono i Pokèmon migliori, si recuperano preso i pokestop ma si schiudono soltanto dopo aver camminato per un numero di chilometri variabili tra due e dieci. Bisogna camminare davvero, anche perché Pokemon company ha pian piano corretto l’applicazione tarando molto bene le velocità, per cui andare in macchina o in bicicletta non produce nessun vantaggio.

Ultimo ma non meno importante: i Pokèmon sono molto più presenti nelle aree verdi che tra le lingue d’asfalto e i palazzi. Pur essendo sostanzialmente un gioco fatto di strade, i parchi sono fondamentali per  salire velocemente di livello ed accedere alla parte “arcade” del gioco, ovvero il combattimento. Moltissime palestre, luoghi deputati allo scontro, sono infatti situate in aree verdi, sicuramente molto più comode di un marciapiede e sicuramente più social.

La mappatura del territorio

Ad una analisi più approfondita delle varie emergenze territoriali presenti nell’applicativo si può notare come alcune zone siano completamente prive di mappatura o come i punti di interesse siano legati a cose minori quali i murales o le targhe commemorative. Questo poichè Niantic si appoggia in maniera più o meno diretta sull’onnicomprensiva piattaforma di Google dove alcune zone sono perfettamente delineate mentre altre, poiché gli utenti non le hanno segnalate, sono completamente spoglie. Un’ottima cartina di tornasole di come l’ambiente e le emergenze siano trattate in internet. È ormai letteratura che alcuni comuni dopo uno screening della propria consistenza su Pokèmon Go abbiano proceduto a recensire, rivendicare e segnalare i propri luoghi significativi precedentemente omessi.

L’eredità

La curva di interesse per la prima app Pokemon Go è prevista a rendimento per circa quattro mesi, a cui sicuramente seguiranno tutta una serie di aggiornamenti che porteranno ad una community stabile e meno casual che probabilmente potrà andare avanti per anni. Le aree rurali, che oggi non fanno parte del gioco, saranno presto incluse e la lista dei centri di interesse espansa con un occhio rivolto al rispetto di luoghi particolarmente sensibili. Di certo è che i dispositivi mobile sono oggi contenitori nuovi e che il sistema gamification, oggi così in voga, va ampiamente ripensato alla luce di questo grande successo. Ci volevano i giapponesi per insegnarlo, ci volevano i Pokèmon.

Ivan Paduano

  • Didascalie
  • Una parte della via Tibuirtina in Roma con i pokèstop e le palestre.
  • La palestra della Piramide Cestia
  • Un esempio della fase di cattura di un Pokèmon
  • Un pokestop che si trova all’interno della facoltà di Architettura in Valle Giulia

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